venerdì 8 novembre 2013

Psyco (1960) di Alfred Hitchcock


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Uno dei migliori thriller mai fatti (se non il migliore). Psyco è un film che tutti conoscono ed ha una trama nota: a una giovane donna viene affidata una somma di denaro da portare in banca, ma lei deciderà di scappare con quei soldi, andando a finire in un motel dove verrà brutalmente assassinata. La storia è superba ed è magnificamente orchestrata da Hitchcock che dosa sapientemente la tensione in modo da avere un ritmo serratissimo, perfino per i giorni nostri, con dei colpi di scena che hanno fatto storia. L'aspetto tecnico è impeccabile, con trovate visive che non sfigurerebbero nemmeno oggi. Ad esempio la celebre uccisione nella doccia è una delle sequenze più belle del cinema mondiale. Anche la decisione di far raccontare cosa succede, mentre la protagonista scappa, attraverso dei dialoghi fuori campo l'ho trovata una scelta molto bella ed elegante. Dalla regia alla fotografia è possibile notare una precisione e una classe rarissime, infatti nessuna inquadratura è messa senza uno scopo o è trascurata. Il cast è in formissima con un Perkins da manuale e con una protagonista che dà un tale spessore al suo personaggio da renderlo quasi reale. La scelta di farla morire a metà film è geniale e sposta l'attenzione su Perkins e sugli amici della vittima. Ciò fa interessare enormemente lo spettatore allo sviluppo della vicenda, facendogli provare una tensione fortissima in molte scene, come quella in cui l'amica della vittima va in casa dei proprietari dell'albergo. L'assassino del film ha fatto storia e pressoché nessun altro criminale è riuscito finora ad eguagliare la profondità e la bellezza di tale personaggio, che riesce ad essere talmente inquietante da essere indimenticabile. Perfino la colonna sonora è diventata una delle più famose al mondo, oltre ad essere omaggiata/copiata in innumerevoli pellicole per via della sua efficacia e della sua bellezza. Da notare come, pure in questo film, emerga una certa diffidenza di Hitchcock nei confronti della giustizia. Non c'è da aggiungere molto ad una tale pietra miliare del cinema che va vista per poterne capire la bellezza.

giovedì 7 novembre 2013

Stake Land (2010) di Jim Mickle


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Bell'horror che fa una variazione dell'apocalisse zombi sostituendo i non morti con i vampiri. La trama è quella classica di ogni apocalisse: un gruppo di tizi cercano di sopravvivere tentando di raggiungere un luogo che dovrebbe essere senza pericoli. Tutto il racconto segue quindi una linea narrativa piuttosto battuta. Nonostante ciò l'utilizzo dei vampiri dà un tocco di novità e creerà situazioni molto interessanti. La regia è ben fatta e, senza far gridare al miracolo, riesce a dare la giusta tensione durante l'opera. Anche la fotografia è buona, anche se è identica a quelle solitamente usate in film analoghi. I personaggi sono ben caratterizzati, con un occhio particolare ai due protagonisti (Martin e Mister), dato che il rapporto fra di loro porterà alla maturità il giovane Martin. La pellicola può essere paragonata a Zombieland, presentando molti punti in comune, anche se è totalmente assente ogni tipo di ironia. Le scene violente non mancano e sono tutte fatte con gusto, senza scadere nel trash e riuscendo a dare ad ogni morte il giusto peso. I vampiri sono caratterizzati da un comportamento fortemente animalesco e, pur non mostrando quasi mai un intelletto degno di nota, riescono a far sempre temere per la vita dei personaggi. La colonna sonora si attesta nella media e sembra un po' scopiazzata dai film simili. La forza dell'opera è nella cura messa in essa, che fa raggiungere l'obiettivo di far restare il tutto appassionante fino ad arrivare ad un bel finale, non originalissimo, in cui c'è il passaggio generazionale fra Mister, che decide di rimanere nella zona pericolosa, e Martin, che invece tenta la sorte avventurandosi dentro l'area che sembra sicura (anche se non viene mostrata). Quindi questo è un film che merita di essere visto, dato che riesce ad intrattenere benissimo e riesce far empatizzare coi personaggi, senza dare un attimo di respiro, pur non brillando per l'originalità della trama, della messa in scena o della caratterizzazione dei personaggi.

martedì 5 novembre 2013

Vampyros Lesbos (1971) di Jesùs Franco


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Grande film che mischia sapientemente horror ed eros. Il film parla di una vampira che succhia il sangue a belle donne per mantenersi giovane e che, quando incontrerà Linda, se ne innamorerà e tenterà di farla diventare come lei. L'opera in questione è fortemente visionaria e, pur essendo pressoché priva di effetti speciali, riesce comunque a creare un'atmosfera con una forte carica erotica sulla quale aleggia la morte. Molte sono le scene morbose e degne di nota, come ad esempio il ballo della vampira o i rapporti fra le due donne. Molte inquadrature sprigionano una sensualità notevole, raramente visibile in altri film, che non sfocia mai nella volgarità. La regia è curata, pur non essendo presente un montaggio eccezionale (con cambi un po' troppo bruschi), con belle inquadrature dei volti ottenute spesso con uno zoom-in seguito da uno zoom-out. Questa pellicola ha sicuramente un suo punto forte nella fotografia, che crea inquadrature dal forte impatto visivo (in senso artistico). I vari personaggi non sono tutti sviluppati con la stessa cura, ma c'è una maggior profondità nelle due protagoniste. Fra di esse infatti nascerà una relazione guidata dalla ricerca del piacere, ma che rischia di trascinare Linda nel baratro della perdizione in caso accettare di diventare vampira. Va notato come nella casa della contessa siano presenti luci irreali e ambienti che la fanno sembrare una dimensione lontana dalla realtà. Una menzione d'onore va alla colonna sonora che, con dei toni psichedelici e orientali, riesce ad imprimersi nella memoria. Quindi, un'opera assolutamente da vedere essendo una valida rivisitazione del mito del vampiro, in uno dei pochi film che riescono a mischiare ottimamente l'erotico con l'horror in sequenze bellissime e dalla carica erotica rara.

Sole a catinelle (2013) di Gennaro Nunziante


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Mediocre film comico che tenta di fare critica sociale, ma si ferma al populismo. Checco Zalone interpreta un venditore di aspirapolvere porta a porta che ha fatto carriera vendendo ai propri parenti, ma che perderà tutto a causa della crisi che lo porterà all'insolvenza. Deciderà comunque di portare il figlio in vacanza per mantenere la promessa fattagli vivendo così varie vicissitudini. Dal punto di vista della trama, siamo di fronte ad una commedia classica dove tutto segue strade ampiamente battute ed è infatti possibile anticipare tutta la storia da un certo punto in poi. Gli attori fanno il loro dovere senza entusiasmare e non riescono a dare spessore ai propri personaggi, che sono scritti in maniera molto superficiale. Gli unici che spiccano sono Checco Zalone e l'odioso figlio (che recita malino) dato che la storia ruota intorno a loro. Ogni personaggio sarà buono o cattivo, senza mezzi termini e ognuno avrà quello che si merita facendo del facile buonismo per tutto il racconto. Dal punto di vista della comicità il film ha dei momenti divertenti dovuti unicamente alle battute scorrette di Checco, anche se dopo un po' il gioco stanca. Per il resto non si hanno mai situazioni memorabili o momenti di ilarità esagerata. Una delle note più dolenti della pellicola è la componente tecnica, dato che il montaggio non è fatto molto bene e la regia, pressochè inesistente, non riesce a dare verve a nessuna gag, lasciando Zalone a fare le sue scenette senza tentare di apportare nient'altro. Le critiche mosse alla società potevano essere sviluppate molto meglio, mentre invece si limitano a cavalcare l'onda del populismo dilagante al giorno d'oggi. Non viene mai data una stoccata convincente e ciò è imputabile ad un mediocre lavoro di scrittura. Ciò che si presenta allo spettatore è una palese commercialata, non totalmente da buttare grazie ad alcune trovate comiche di Zalone, ma che mantiene inalterate le dinamiche già viste con questo comico e, insieme ad un reparto tecnico anonimo, forniscono un film facilmente dimenticabile e di scarsa qualità (con una scena finale da galera).

Castaway on the Moon (2009) di Lee Hey-jun


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Bel film surreale che racconta di due persone che hanno deciso di isolarsi dalla società. I due protagonisti, si ritrovano, uno per scelta e l'altro per casualità, a vivere senza avere più alcun contatto con la società, ma in maniera diametralmente opposta: infatti la ragazza si creerà un'identità fasulla su internet e vivrà in un mondo virtuale che non la porta a migliorarsi, mentre l'uomo sull'isola in mezzo al fiume ritroverà la serenità persa durante la vita e userà quest'esperienza per riflettere. Molto interessante è il fatto che lui cerchi in un primo momento di fuggire dall'isola, per poi capire che può avere una vita più piena e felice su di essa. I due verranno successivamente in contatto e l'uomo spingerà lei a cambiare il suo stile di vita senza intervenire direttamente, ma mostrandole che con la forza di volontà è possibile raggiungere i propri traguardi. Lei troverà nella situazione dell'altro, l'ambientazione "lunare" che tanto desidera e continuerà a spiarlo incessantemente. La regia è molto buona, con la trovata di far vedere alcuni momenti attraverso la macchina fotografica della ragazza come se fossimo noi spettatori a spiare le vicende del ragazzo. Tutta la messa in scena e la fotografia sono di stampo favolistico e ciò è visibile non solo dalla trama, ma anche dall'utilizzo di colori e effetti di luce che creano un'ambientazione surreale. La colonna sonora è azzeccata e accompagna bene lo spettatore, pur non rimanendo particolarmente impressa. I due protagonisti sono molto in parte e riusciranno a caratterizzare benissimo i propri personaggi. La pellicola è molto allegra e non mancheranno le occasioni per ridere delle sventure del naufrago. Il messaggio del film credo sia che non è possibile isolarsi completamente dalla società anche se ci sentiamo inadeguati ad essa, nonostante venga criticata molto, ma è necessario circondarsi da veri affetti e combattere con loro al fine di non farsi cambiare diventando persone insensibili e fredde. La parte finale è molto buona, mostra come non sia possibile contrastare tutte le difficoltà da soli, e porterà i due ad incontrarsi, dopo molte comunicazioni, e ad iniziare probabilmente una vita insieme. Questo è un'opera dai toni leggeri che, non ponendosi come film di denuncia o impegnato, riesce comunque a far riflettere e a divertire, facendosi così perdonare un finale un po' troppo melenso che stona lievemente con tutto il resto.

domenica 3 novembre 2013

Il demone sotto la pelle (1975) di David Cronenberg


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Grande opera di Cronenberg che pone le basi per tutta la sua poetica futura. Tutta la storia parte da un esperimento fatto da uno scienziato per far comandare la mente umana dal puro istinto, credendo che sia la forma migliore per vivere. L'esperimento gli sfuggirà di mano e il morbo si diffonderà all'interno di un complesso residenziale su un'isola. Il protagonista sarà il dottore del complesso, che dovrà fronteggiare la diffusione del parassita fra i condomini. La storia è interessante ed è sviluppata molto bene, nonostante la scarsezza di mezzi. In quest'opera il terrore più grande deriva dalla perdita di raziocinio, che non porta ad assumere comportamenti esclusivamente violenti, ma porta soprattutto una ricerca esasperata del piacere fisico. La paura che più traspare è la consapevolezza che dietro ogni persona può nascondersi un'individuo senza controllo. Ho notato anche dei richiami alle malattie sessuali (soprattutto AIDS) nella diffusione del morbo, dato che viene trasmesso attraverso lo scambio di fluidi corporei e col sesso. Dal punto di vista tecnico è possibile notare il talento di Croneneberg, con una regia misurata e di ottimo livello, con rari cali (lievemente inferiore rispetto ai suoi lavori successivi). Ad esempio ho trovato inutile una soggettiva durante la discesa di una scalinata e ho trovato un po' confuso il tamponamento nel parcheggio sotterraneo. La messa in scena e gli effetti splatter risentono un po' del basso budget, ma riescono comunque a non risultare mai sciatti o mal fatti. La fotografia è raramente scura e ciò porta ad avere scene horror con un'ampia luminosità. Nonostante ciò tutto risulta efficace e dà un tono stilistica originale al film. Secondo me è possibile notare anche una critica alla scienza se portata avanti in maniera non etica, cosa che verrà ripresa in più opere del regista. Pure in questa pellicola sono presenti mutazioni della carne che porteranno alla creazione di una nuova specie antropomorfa e darà l'occasione di mostrare scene notevoli. Un horror, quindi, di alto livello che non raggiunge il titolo di capolavoro, ma permette di vedere il principio della poetica di uno dei registi migliori in circolazione.

Candyman - Terrore dietro lo specchio (1992) di Bernard Rose


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Grande horror tratto da un racconto di Clive Barker (regista di Hellraiser). La pellicola tratta le vicende di una tesista che sta studiando la leggenda metropolitana di Candyman, figura sovrannaturale che appare per uccidere chi pronuncia il suo nome davanti allo specchio per cinque volte consecutive. Questa ricerca la porterà in un quartiere degradato della città in cui la creatura sembra sia stata avvistata di recente. La trama del film è molto bella e riesce a creare una vicenda interessante e strutturata molto bene. La regia è ottima, suscitando molta tensione e sfruttando a dovere l'elemento specchio ai fini della creazione della suspense. Alcune scene sono notevoli, come il bacio di Candyman alla protagonista mentre lui ha delle api in bocca o l'incipit o il bellissimo finale in cui lei torna dall'aldilà per vendicarsi sul suo ex marito uccidendolo con l'uncino del mostro. La fotografia è ottima con degli scorci urbani bellissimi e delle inquadrature, durante le scene prettamente horror, notevoli. Pure la colonna sonora è notevole e aiuta a dare tensione e a dare la giusta atmosfera durante il film. Ho notato anche una forte critica verso una società che lascia nel degrado delle parti di una città e abbandona i suoi abitanti. Queste persone, mostrate all'inizio come pericolose, poi si riveleranno molto umane e saranno le uniche che andranno al funerale della protagonista perchè provano un reale affetto e riconoscenza per aver salvato un bambino. Viene ben mostrato anche come sia facile passare da una posizione privilegiata nella società ad una da reietto con lo stato che passa da amico a carnefice, come avviene alla protagonista (aspetto dalle tinte horror). Interessantissimo nel film è il fatto che, fino ad un certo punto, non sai se la protagonista è pazza e ha ucciso quelle persone, oppure Candyman esiste per davvero. Questo aspetto è stato gestito benissimo e fa sorgere molti dubbi nello spettatore. Lo splatter non è risparmiato ed è ben fatto, con ottimi effetti speciali e scelte visive efficaci. I personaggi sono tutti ben definiti e riescono a rimanere impressi nella memoria. In definitiva quest'opera è una perla e sarà una visione molto piacevole per qualsiasi tipo di pubblico, a patto di notarne la grande potenza visiva e la bellezza del racconto.